Qualche giorno fa vado a pranzo da Gi, zia di viaggi inconsueti e interessanti, di haute cuisine indiscussa da tutti tranne che da lei - "non so come sarà" è la sua frase d'apertura canonica ai banchetti pantagruelici e raffinati. Riunione di donne per il suo genetliaco, cui una manca di nuovo all'appello per la pesantezza dello spirito più che dei movimenti, e per un attimo si sente un rumore di vetri rotti che può far collassare ogni impulso felice. Ma no, la situazione s'ha da salvà, meglio preparare tre aperitivi mentre aspettiamo la terza sorella sempre in ritardo, cui toccherà il drink in versone alcolica ridotta per venire incontro alle sue limitate capacità di controllo. Cosmico.
E tra caviale rosso dell'est, gamberi ed un Celentano old style rispolverato per l'occasione dalla più giovane me medesima, ci facciamo un viaggio temporale negli anni sessanta ridendo tra le briciole e i bicchieri, rubando con la forchetta dal piatto vicino, ballando tra gli scatoloni e cantando - senza averne l'arte - negli abbracci leggeri. E sono pesi che scivolano via. Quel trovare sorrisi in mezzo a una tavola sempre più vuota è un dono che ci concediamo senza chiederci se ne abbiamo diritto, se è giusto così. C'è da festeggiare di tutte le volte che ci siamo salvate.
E proprio sugli scaffali della zia, che possiede una libreria a tutta parete di cui non riuscirò mai a contare i titoli, prima di andare via vedo LUI. E' un libro che mi è caduto nelle mani in libreria mentre ne stavo cercando un altro, ma che ho lasciato lì in caldo, in attesa dell'edizione per proletari. Me lo faccio dare in ostaggio dopo le usuali mille raccomandazioni, anche se di solito i libri non me li faccio prestare mai. Mi piace violentarli, mentre quelli degli altri posso a malapena accarezzarli. E il mio cuoricino poi si infrange all'idea di restituirli, le frasi che dico di dover annotare poi diventano troppe e restano perse lì dentro senza che le sappia recuperare.
Me lo divoro tra sale d'aspetto e una domenica di complice ozio ritrovato, tra il ridondare di librerie - stavolta da spostare, bagni di filosofia a lume di candela e notti insonni ma non solitarie.
E' la storia di una portinaia a primo acchito sciatta, brutta e grassa, in realtà colta e raffinata che nasconde a tutti la sua natura per non pagare lo sconto di un'attitudine che ritiene di non meritare; è anche a intermittenza, la storia di una ragazzina di 12 anni, singolarmente acuta e intelligente almeno quanto infelice, che decide di suicidarsi il giorno del suo tredicesimo compleanno, se non troverà nel frattempo un motivo valido - ma valido davvero a livello di teoria falsificabile - per cui valga la pena vivere. E sarà che il nostro modo di percepire e giudicare le storie che leggiamo è tanto legato alle affinità emotive, a me questo libro fa un effetto strano di sguardo nel passato e proiezione nel futuro, per tanti aspetti che riguardano me. E come tutti i libri che amo di più, questo ha avuto il potere di farmi sorridere quasi ridacchiare - nasce con l'idea di essere una commedia dopotutto - , di farmi commuovere - ma sarà che ultimamente mi lascio commuovere anche di più dalla vita? In bene, sia chiaro, in bene.
Sono pagine dalla scrittura raffinata, non sempre facile ma - fatta eccezione per qualche pagina superflua verso la fine riempita di parole buttate lì tanto per fare - illuminante. Uno di quei libri che parlano delle "piccole cose" quelle meraviglie dell'animo che amo così tanto. E in queste trecento pagine mi sono sentita diventare amica di Renèe, che vive nel suo appartamento da portinaia con l'eleganza di una principessa, tanto che quasi mi aspetto di sentirmi dire, dopo l'ennesimo dei miei sguardi complici alle sue citazioni sottili, "vuole entrare a prendere una tazza di tè?". Entrerei, mi siederei dopo aver affondato la mano nel pelo di Lev (Tolstoj naturalmente) per una carezza furtiva, e dopo aver scambiato qualche parola per rompere il ghiaccio sul nostro amore per i gatti, cominceremmo di certo a conversare di arte e filosofia.
"Quand'è stata la prima volta che ho provato questo incantevole abbandono, possibile solo in due? La quiete che avvertiamo quando siamo soli, la sicurezza di noi stessi nella serenità della solitudine non sono niente in confronto al saper abbandonarsi, al saper aspettare e al saper ascoltare che si vivono con l'altro, in una complice compagnia... Quand'è stata la prima volta che ho provato questa felice rilassatezza in presenza di un uomo?
Oggi è la prima volta."
"Non possiamo smettere di desiderare, e questo ci esalta e ci uccide al contempo. Il desiderio! Ci sostiene e ci crocifigge, portandoci ogni giorno sul campo di battaglia dove ieri abbiamo perso ma che, nel sole di un'altra giornata, ci sembra muovamente un terreno di conquista; e anche se domani moriremo, il desiderio ci fa erigere imperi destinati a diventare polvere, come se la consapevolezza che presto cadranno non riguardasse la sete di edificarli ora [...]Ma è così estenuante desiderare incessantemente... Ben presto aspiriamo a un piacere senza ricerca, sogniamo una condizione felice che non abbia inizio nè fine e in cui la bellezza non sia più finalità nè progetto, ma divenga la certezza stessa della nostra natura. Ebbene, questa condizione è L'Arte. [...] Giacchè l'Arte è l'emozione senza il desiderio."