martedì, 23 dicembre 2008,02:20
...magari non per restare. Il tempo di raccontarsi una fiaba sottovoce, credere a ogni istante senza che sia illusione, oppure realtà. A volte è così, non ci sono definizioni e si vola con ali fatte su misura sapendo un po' volare tra tasti premuti e corde vibrate e mani nelle mani, mani sui fianchi - solo per coincidenza del giocare, sostenere o insegnare.
Si torna a casa in mille modi diversi, accoccolati nel tepore, sorpresi dal gusto dei gesti abituali, con l'innocenza perduta ma non stracciata, le paure chiuse in una scatola che si può aprire senza volersi far male.
Ci si trova fianco a fianco, stesi, abbracciati, rannicchiati, complici di piaceri fatti a metà, di insicurezze concesse, di segreti custoditi.
C'è tempo. Non c'è quasi nulla di irreparabile. Non c'è rimpianto nella scelta del giusto. Istinto e passione sono vivi, sono qui dove c'è anche la pace di aspettare senza che aspettare significhi attese.
Per trovare il centro del mondo e farlo girare basta essere presenti nel presente, abbandonare il risentimento senza alcun rimpianto sul ciglio di una strada qualunque, voler essere persone di cui ci si può fidare.
E mi perdo la poesia tra le righe, ma per una volta non fa nulla... la poesia migliore è un viaggio vissuto con amore e istinto per il bello. The rest is just peanuts.
Che sensazione meravigliosa questo equilibrio sullo stesso filo, quest'appagamento che non è rinuncia ma è avventura. Sono sicura che non sapevo cosa fosse, sono sicura che si cambia quando si cresce solo che a volte ancora non si sa, credo che ciò che conti sia essere alleati di sè stessi.
E' buona questa notte, e sarà più buona forse anche questa vita. Impareremo come prenderla.
Che i sogni siano un volo adesso, rimbocco la coperta del buio e accendo il silenzio.
F.
 
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giovedì, 06 novembre 2008,02:09
"Invece, la morte, nella guerra per esempio, non ha niente di epico. E’ solo un’esplosione quando non te l’aspetti e pezzi di carne e macelleria. Nient’altro. E' questa crudezza la violenza, ed è impersonale perché mediata da qualche strumento, da un comando a distanza, da un radar, da un cannocchiale di precisione. Questo è la canzone Lettere di soldati, la fine di ogni epica. L’unica cosa non meccanica è quel momento più grande delle vite, quando la vita si allarga in un pensiero e cerca di raggiungere i tuoi cari e l’universo che per te non è niente, senza di te. Ed è il momento in cui si scrivono le lettere d’amore, l’unica cosa un poco grande in un mondo che ancora costringe alla meschinità di continuare a uccidersi, piccoli e armati."

(Vinicio Capossela)
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venerdì, 24 ottobre 2008,12:49


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L'ingrediente segreto è: niente.
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venerdì, 17 ottobre 2008,21:04
Ogni tanto arrivo a casa, e c'è un silenzio che appesantisce ogni movimento. Il disordine si infila tra le gambe ed è tutto un franare di pensieri. I panni stesi asciutti con le macchie che si aggrappano nelle intime fibre, i piatti sporchi e il frigo quasi vuoto. Un altro weekend davanti, che volerà in un soffio a tentare di riordinare un caos molto più perspicace della mia volontà.
E allora mi dico che in questa mareggiata costante di vita passata e presente, ancora una volta la musica mi salverà.
"Anime Salve": Spiriti Solitari.
Sembra incredibile che ci sia, in mezzo a suoni e parole, un modo così bello di dire le più crude emozioni umane.

Mille anni al mondo mille ancora
che bell'inganno sei anima mia
e che bello il mio tempo che bella compagnia
sono giorni di finestre adornate

canti di stagione
anime salve in terra e in mare
sono state giornate furibonde
senza atti d'amore

senza calma di vento
solo passaggi e passaggi
passaggi di tempo
ore infinite come costellazioni e onde

spietate come gli occhi della memoria
altra memoria e no basta ancora
cose svanite facce e poi il futuro
i futuri incontri di belle amanti scellerate

saranno scontri
saranno cacce coi cani e coi cinghiali
saranno rincorse morsi e affanni per mille anni
mille anni al mondo mille ancora

che bell'inganno sei anima mia
e che grande il mio tempo che bella compagnia
mi sono spiato illudermi e fallire
abortire i figli come i sogni

mi sono guardato piangere in uno specchio di neve
mi sono visto che ridevo
mi sono visto di spalle che partivo
ti saluto dai paesi di domani

che sono visioni di anime contadine
in volo per il mondo
mille anni al mondo mille ancora
che bell'inganno sei anima mia

e che grande questo tempo che solitudine
che bella compagnia


- Fabrizio De Andrè -
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giovedì, 02 ottobre 2008,18:59

"A cosa serve l'utopia? A produrre del senso. Di fronte al presente, al mio presente, l'utopia è un termine secondo che permette di azionare il dispositivo di scatto del segno: il discorso sul reale diventa possibile, esco dall'afasia in cui mi getta lo smarrimento per tutto ciò che non va in me, in questo mondo che è il mio.
L'utopia è familiare allo scrittore, perchè lo scrittore è un donatore di senso: il suo compito (il suo godimento) è di dare dei sensi, dei nomi, e non può farlo se non c'è paradigma, dispositivo di scatto del sì/no, alternanza di due valori: per lui il mondo è una medaglia, una moneta, una doppia superficie di lettura, di cui la sua realtà occupa il rovescio."

- da Barthes di Roland Barthes -

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Link | categoria:citazioni, libri, i miei mantra, le mie rivoluzioni
mercoledì, 24 settembre 2008,01:13
...non si sa dove cercare i sogni, perche sfuggono tra le trame del buio inghiottiti dalla mente vuota.
Vorrei sapermi difendere da me. Lasciarmi invadere dalla gioia senza imbattermi continuamente nella colpa.
Non è un'esercizio di estetica, e nemmeno una pavida resa delle armi.
E' solo paura ed ammissione di paura, è sentire di avere qualcosa di meraviglioso tra le mani e impazzire all'idea che basti nulla per farlo scivolare via. Che basto io.
Io con insicurezze stagionate nella clemenza, nell'incomprensione e nel distacco, o nella preoccupazione.
Se prima perseguivo nell'errore convinta che ci fosse comunque una punizione ad aspettarmi dietro l'angolo, ora sono la paura e il senso dell'errore a farmi divenire il peggior assassino e giudice di me stessa.
Vorrei solo liberarmi da questi occhi puntati addosso, dall'imbarazzo della nudità. Eppure persisto. Non ho maschere efficaci perchè non ho interesse ad indossarle, ciò che non ho ancora capito è che nascondermi non serve a proteggermi dal mio peggior nemico, che sono sempre io.
Dovrei aver capito che la felicità non si merita ma la fiducia sì, ho sempre sacrificato la prima per il timore di non esserne all'altezza, e invalidato la seconda per l'erronea convinzione di non dover dimostrare nulla a nessuno.
Ho sbagliato clamorosamente su tutte e due le questioni.
Ora che farò? Cercherò da qualche parte la forza di perdonarmi, troverò un senso alle mie azioni e mai lascerò cadere nell'oblio il senso degli errori. Terrò stretta con i denti la mia fragile vita, sapendo che perdere questi occhi onesti e durissimi in cui vedo riflessa ogni fibra di me sarebbe lo sbaglio più stupido che possa mai fare, e non cedrò al peso di questa preoccupazione.
La cosa che so ora, chiara come una lama di luce nel magma denso e stantìo dell'ignoto spocchioso e incombente, è che non mi sono mai sentita così obbiettivamente me negli occhi di nessuno. Me pesante con le mie ansie, insicurezze e paure, me piena di luce e irriducibile forza di distruggere e ricostruire, adattare, accogliere, capire, osare.
Punto tutto, ogni mio risparmio, su un numero solo. Vincente. Nessuna rete di salvataggio, nessun cavo di sicurezza. Se perdo mi schianto al suolo, e mi sta bene così.


mafalda_english
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mercoledì, 10 settembre 2008,20:49





Eccola, una dedica. Questa è per te.

Grazie.

F.
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martedì, 19 agosto 2008,15:39

Si parte - con spigoli e silenzi accolti nell'ansa del voler comprendere, dell'accettazione che non è un peso per il senso che ci si trova e mette dentro.
Mani che si prendono cura, occhi illuminati con discrezione a vicenda, in una giornata di sole assoluto - dal cielo allo spirito colto in luce di traverso.
Atterriamo su un cuscino di timidezza, di intervalli guardinghi e curiosi perchè io ho sempre un po' timore di ciò che non conosco. Studio, osservo, percepisco i suoni di questa lingua che mi è totalmente avulsa, incomprensibile, stridente. Eppure in qualche modo mi avvolgo già di consonanti addolcite, di note secche e schiette, posate qua e là in un'onda di sussurro ad alta voce, che a vederlo scritto per me ora sarebbe quasi un inganno.
Attraversiamo un confine ormai inesistente, ma che si fa sentire più delle ore interminabili di fila, più dei controlli e dei timori di barbara selezione. E' la porta per un regno antico che mi accoglie per la prima volta, che mi ha già accolto da lontano, confuso in mezzo agli abbracci sempre più familiari delle mie notti bianche.
Iniziano ad infilarsi dal bosco più rado negli squarci di finestre dell'automobile i tetti aguzzi con le tegole di metallo dipinto rosso carminio, le scaglie di legno sulle pareti che sembrano anche loro tetti, o schiene di dragoni addormentati sul velo soffice dell'erba estiva.
Chopin mi fa l'occhiolino da una targa affissa al muro di un conservatorio, "io e te già ci conosciamo bene" mi dice, per farmi sentire più a casa mia.
Da lì è un sussegguirsi di sole e amata lentezza. Di libri divorati nel limbo di un'ispirata pigrizia. Di cose che non capisco perchè le sto vedendo per la prima volta. Di camini accesi, e vodke freddate in un sorso. Di foreste e sentieri in solitudine condivisa. 

Ogni sorso, ogni passo, è un imbarazzo svelato - una resa di intimità. L'emozione non è contenuta per pudore, ma implode di fronte alla misera espressione. Una cosa di una complessità assurda, di una serietà infrangibile, di una bellezza devastante. Questa fiducia che mi ritrovo tra le mani fa una paura fottuta per la gioia che offre, per il rischio che contiene, per il valore che ha. Tenerla è da folli, rinunciarvi è da idioti codardi.
Me ne vado così, verso la città dorata. Indossando un diamante gigantesco con la leggerezza di un pezzo di vetro. Vago mano nella mano con la mia paura, catturando frammenti di bellezza ovunque si nascondano. Senza meta, senza fretta. A cercare i segni del presente e del passato con la stessa meticolosa attenzione. Con la coscienza allertata verso una primavera di 40 anni fa, anniversario che coincide quasi con il risveglio del gigante che tutti credevamo addormentato per sempre.
Viaggio di scoperte, di riflessioni da polo a polo. Di tristezze che si nascondono sempre da qualche parte nel mondo anche quando noi siamo assorti nella felicità.

Jan Palach


 
Evgeny Kissin: Frédéric Chopin - Fantasie Impromptu
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mercoledì, 30 luglio 2008,20:42

"Un mandarino era innamorato di una cortigiana.
«Sarò vostra - disse lei - solo quando voi avrete passato cento notti
ad aspettarmi seduto su uno sgabello, nel mio giardino, sotto la mia finestra».
Ma, alla novantanovesima notte, il mandarino si alzò,
prese il suo sgabello sotto il braccio e se ne andò".

- Roland Barthes -


Si pensa sempre che sarà alla fine, che potremo ottenere o perdere qualcosa, ma non è così.
Le fini, come gli inizi, sono casuali. Sono un colpo di coda delirante. Quando si decreta una fine, siamo già lontani anni luce dal momento a cui presenziamo. Oppure, è un momento che a dispetto delle leggi del tempo e dell'oblio, non finirà mai - senza bisogno che si sappia.
Non è un caso invece il decidere cosa dev'esserci in mezzo, lottare con le unghie e con i denti per dare il massimo e prendere il meglio, di quello che ci è concesso avere.

Ora dormo poco, e viaggio molto. I chilometri che inseguo nelle notti delle mie emozioni incapaci di espolodere sono come pezzi invisibili di un corpo che posso finalmente avvicinare - guadagnare centimetro dopo centimetro: nella bocca, nelle mani, con gli occhi chiusi per imparare a riconoscerne l'odore (perchè mi sembra di averlo guardato per una vita in un angolo, e però sento di non conoscerlo quasi per niente).
La voce di Björk nell'Arena è carezza di fiaba che scivola in posti segreti, Sinead è una lacrima di sale che cade sulla punta della mia lingua, Vinicio ci fa sbattere contro i muri dei vicoli stretti e sporchi tra i canali di Venezia.
Avevo terrore del mio desiderio. Tanto da non capire cosa desiderassi.
Mi sembra di essermici seduta di fronte qualche tempo fa, al tavolo di un bar, per una sessione di aperitivi infinita.

"Ciao"
"Ciao. Io voglio e quindi ho."
"Guarda che non hai capito niente."

E così ora si rimette tutto in discussione. Esistono varie dimensioni del desiderio. Non tutte conseguenti, non tutte sufficientemente attendibili.
Il corpo. Il corpo mente, il corpo non sa nulla, il corpo si fa prendere, si fa stracciare, si fa buttare via.
La mente inganna. La mente parlaparlaparla, non sta zitta un attimo, non ti lascia nemmeno pensare, non ha quasi mai ragione.
Il cuore ha paura. Per cui parla piano, e il più delle volte nessuno sente niente. E' come un bambino piccolo, che ha bisogno di qualcuno che gli faccia spazio, di qualcuno che zittisca i parenti che parlano a sproposito troppo forte, di qualcuno che gli dia coraggio prima di parlare. E non dice mai cazzate.

E ora fate silenzio. Ascoltiamoci cos'ha da dire.





Questo post, è dedicato a t che non lascia che io mi perda;
alle tanghiche che non mi lascerebbero mai sola;
e all'autore di una missiva ricevuta oggi - come grazie.
venerdì, 27 giugno 2008,01:48

Esausta.
Felice, triste, disperata, fiduciosa, forte, spavalda, piccola, emotiva, preoccupata...
Strade che sfilano sotto le ruote ancora una volta. Un viaggio gustato, riempito di parole, marshmallows, risa, silenzi, musica che nutre e consola.
L'aeroporto è onirico, gremito, straniante. E' in bianco e nero, o meglio i colori sono quelli di una diapositiva.
Il tempo è appeso tra gimcane con il carrello pieno di bagagli e la chitarra che sbatte a destra e a sinistra, panini mangiati su una panchina con quaranta gradi all'ombra e ricette segrete - meritate - scritte a mano sui fogli bianchi cuciti a metà nella rilegatura questa mattina.
Sembra non dover finire mai questo anno di tango rincorso, atteso, parlato. E invece si spegne. Si danza via accanto alle valigie accostate per paura di sommosse anti-bomba, con una cuffia a testa e il cellulare che spedisce in mono per due la musica in terzi. Sacada, boleo con adorno, giro perfecto.
Emblema del platonismo, elogio della purezza.
Si abbraccia via la tristezza alla porta, indossando l'ultimo migliore sorriso. Si porta via una casa in più ciascuno, in qualche parte del mondo che prima non aveva importanza.
L'uscita, il ritorno, la propria vita ritrovata. Messaggi nella notte che mi abbraccia, per tutta la notte, fino al mattino.
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giovedì, 19 giugno 2008,17:05

087_web

...che mi piacerebbe fuggire in un'isola dal clima caldo, mangiare con le mani, camminare scalza e tornare quando non avrò più insalate di pensieri nella testa.
Amache, libri che non ho la lucidità di leggere qui e senso ritrovato delle cose semplici. Fatte bene. Con tutta la cura e il tempo necessari.
Pensavo al casino fotonico che è la mia vita in questo periodo, e poi ho realizzato che sono solo io ad essere stanca. Non mi regge la psiche, ho dato fondo a tutto.
Sequenza di scosse emotive stile roulette russa, una in fila all'altra, adrenaliniche ma devastanti. Questa settimana ci sono ancora due colpi, uno dei due mi stende.
E' il principio del fondo dell'onda. Tu stai tranquillo in superficie, il mare è calmo, il sole splende e va tutto bene. Poi a un certo punto si alza un tempestone e la prima onda che ti arriva addosso e non te l'aspettavi ti sbatte sul fondo. Fai una fatica immane a salire in superficie, e se non scegli il momento giusto - facile come giocare a biglie in salita - arriva un'altra onda in serie che ti risbatte sul fondo. Perdi l'orientamento, non sai dove andare, non sai se ne verrai fuori e soprattutto QUANDO.
L'unica cosa che puoi fare è continuare a nuotare.

E va bene, voglio dire.. mica pensavo avrebbe fatto sempre bel tempo. Solo che quand'è così, se permettete...

"It was a dark and stormy night..."

...but she decided to go to the sunny beach not so far from there, the day after

 

dipinto di Jan Sedmak, in arte Boris Karloff.

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mercoledì, 18 giugno 2008,16:43

Oggi il contrabbasso norvegese che mi ha fatto compagnia lungo quasi un anno di tango, viaggi e parole, suona ancora una volta prima di salire su un aereo che lo riporterà a casa.
Ed io ci sarò.
Starò seduta nervosa in quell'aula magna con il mio vestito che volevo fosse meno chiassoso, travolta da troppe emozioni tutte insieme. Mi imbarazzerò, arrossirò, sarò distante da tutto nella mia corsa a ritroso sul filo della memoria dei sensi, sulla bufera di sensazioni del momento.
La scarpa sinistra che ho perso sul palco a 8 anni, il concerto nella chiesa greco-ortodossa con la gonna lunga di velluto nero pensando alla leggenda raccontatami poco prima di salire su per la scaletta di legno strettissima dietro le quinte, attraversare il palco mentendo sicurezza, sedermi e cominciare a suonare: "si narra che questa chiesa fu costruita da un alchimista, poggia interamente su un'unica pietra, tolta quella crollerebbe tutto quanto."
Grieg. Mozart. Io a cinque anni che faccio la scala delle cinque dita. Mio papà. Mia mamma. Mio nonno.
Gli esercizi di pomeriggio con i libri che volavano fuori dalla finestra. Suonare di notte come un impulso irresistibile, con la luce spenta a indovinare i tasti. A saperli. A scoprire di saperli.
Che è un po' come nella vita. La mia va così. Fretta e paura. Sconfiggere la paura. Grande ispirazione. Passione che mi investe e quasi mi sfigura. Gioia di sentire.

E stasera è la sua musica però. Schietta e senza scorciatoie. Senza moine, false adulazioni. Onesta.
Dovesse scivolargli un dito e sbagliare, credo mi esploderebbe il cuore. Per l'umanità che sta nell'errore, per l'umiltà di non volerlo nascondere con la presunzione, per il coraggio di non smettere di suonare. Per la rabbia momentanea e l'insoddisfazione che poi diventano esperienza.

Quindi, 'fratellino', in culo alla balena. Hindemith non sarà capito ma non fa niente, Bach lo suoni come vuoi tu - sono sicura che piacerà.
Questo, intanto, è Bottesini:


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mercoledì, 04 giugno 2008,23:23



Blind Melon - "Mouthful of Cavities"
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giovedì, 24 aprile 2008,18:01

Svitate i chiavistelli dalle porte!

Le porte stesse, scardinate dagli stipiti!

 

Non ti chiedo chi sei, non è importante per me.

Non puoi far niente, né essere altro che ciò che avvolgo in te.

 

Se non mi trovi subito non scoraggiarti,

Se non mi trovi in un posto cerca in un altro,

Da qualche parte starò fermo ad aspettare te.

 

 

Walt Whitman



(Copiata a ferlinghetti)

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mercoledì, 23 aprile 2008,18:09
duesilviaziche3
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